Dal Corriere.it: il 62% degli uomini vorrebbe ridurre il tempo in ufficio per stare con i bambini
Accompagnarli a scuola? Sarebbe bello se la riunione non cominciasse alle otto e mezza. Andare a vedere gli allenamenti di calcio o ascoltare i primi «Do» della lezione di pianoforte? Ma è vietato lasciare l’ufficio a metà pomeriggio. Almeno la sera si potrebbe giocare un po’ prima di cena? Impossibile se fino alle otto si resta chiusi in sala riunioni per il punto della giornata.
Il Corriere.it descrive uno scenario culturale e sociale in pieno cambiamente da un po’ di anni, in particolare nelle grandi metropoli, e ti tira qualche pugno nello stomaco, tra sensi di colpa e frustrazioni.
Una cosa è certa: benvenuto sia questa analisi e l’articolo relativo. In fondo siamo una massa critica fin troppo silenziosa ma in grado – potenzialmente – di dare una svolta alle proprie vite di padri.
«Da almeno un quindicennio è in atto un mutamento culturale — afferma la sociologa Chiara Saraceno —. Gli uomini hanno capito che cosa si perdono nel delegare l’educazione dei figli alle donne. Sono soprattutto i giovani a rendersi conto che per essere un buon papà non basta essere un buon lavoratore: creare un rapporto quotidiano con i bambini è il modo migliore per costruire un legame profondo quando saranno adulti». Ma come spesso capita, gli uomini predicano bene e razzolano piuttosto male: «Quello che i papà fanno fatica a capire — continua Saraceno — è che dedicarsi alla famiglia significa condividere i lavori e gli impegni di casa, dalla spesa al medico: sono sempre le donne a sobbarcarseli, anche se lavoratrici. Il vero genitore alla pari non si può limitare ai compiti piacevoli come fare il bagnetto al bambino…». Se un cambiamento è in atto, i suoi effetti sul mondo del lavoro si vedono ancora poco. I papà che escono allo scoperto chiedendo all’azienda maggior flessibilità sono un’esigua minoranza, piuttosto rinunciano al tempo libero: «La ragione è che siamo prigionieri dello stereotipo secondo il quale solo le donne devono sacrificare la carriera — spiega Maria Cristina Bombelli, docente di Comportamento Organizzativo all’Università Bicocca di Milano —. Per gli uomini diminuire i ritmi è sinonimo di scarso attaccamento al lavoro e di disinteresse verso i ruoli importanti ». Una buona parte della colpa è dei datori di lavoro: «La tecnologia e i modelli produttivi ci permetterebbero eccome di dedicarci maggiormente alla nostra vita privata — dice il sociologo del lavoro Domenico De Masi —. Il problema è che non riusciamo a liberarci da un’idea del lavoro tanto inattuale quanto punitiva, dove la professionalità viene misurata sul metro della presenza in ufficio».
Qui l’articolo.




November 23rd, 2009
Il problema è secondo me molto più complesso di come lo stigmatizza la sociologa Saraceno o la Sig.ra Bombelli.
Secondo un pensiero tipicamente femminile e femminilizzante si ragiona in base al ruolo femminile: allora occuparsi dei figli diventa l’accudimento (più tipicamente femminile). Se il padre sta faticosamente cercando di uscire dagli stereotipi di genere diventando per il possibile intercambiabile con la madre, possiamo forse dire che i ruoli educativi di papà e mamma siano gli stessi? Certo che no. (mi rendo conto che il discorso si farebbe molto lungo)
C’è un altro aspetto che poco ha a che fare con la volontà degli uomini e che riguarda la carriera. Purtroppo si ragiona sempre come se ci fosse una simmetria genitoriale che non c’è: a partorire sono solo le donne. Questa cosa ha inevitabilmente delle ripercussioni sulle carriere, così come il prepensionamento femminile. (anche qua il discorso sarebbe lungo…)