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Papà 2.0, Papà e lavoro, Vita in famiglia - Nov 7, 2009

Padri e figli. Il lavoro flessibile (da inventare)

Padri e figli. Il lavoro flessibile (da inventare)

Dal Corriere.it: il 62% degli uomini vorrebbe ridurre il tempo in ufficio per stare con i bambini

Accompagnarli a scuola? Sa­rebbe bello se la riunione non cominciasse alle otto e mezza. Andare a vedere gli allenamenti di calcio o ascoltare i primi «Do» della lezione di pianoforte? Ma è vietato lasciare l’uffi­cio a metà pomeriggio. Almeno la sera si potrebbe giocare un po’ prima di ce­na? Impossibile se fino alle otto si resta chiusi in sala riunioni per il punto della giornata.

Il Corriere.it descrive uno scenario culturale e sociale in pieno cambiamente da un po’ di anni, in particolare nelle grandi metropoli, e ti tira qualche pugno nello stomaco, tra sensi di colpa e frustrazioni.

Una cosa è certa: benvenuto sia questa analisi e l’articolo relativo. In fondo siamo una massa critica fin troppo silenziosa ma in grado – potenzialmente – di dare una svolta alle proprie vite di padri.
«Da almeno un quindicennio è in atto un mutamento culturale — afferma la sociologa Chiara Saraceno —. Gli uomini hanno capito che cosa si perdono nel delegare l’edu­cazione dei figli alle donne. Sono so­prattutto i giovani a rendersi conto che per essere un buon papà non basta esse­re un buon lavoratore: creare un rappor­to quotidiano con i bambini è il modo migliore per costruire un legame pro­fondo quando saranno adulti». Ma co­me spesso capita, gli uomini predicano bene e razzolano piuttosto male: «Quel­lo che i papà fanno fatica a capire — continua Saraceno — è che dedicarsi al­la famiglia significa condividere i lavori e gli impegni di casa, dalla spesa al me­dico: sono sempre le donne a sobbarcar­seli, anche se lavoratrici. Il vero genito­re alla pari non si può limitare ai compi­ti piacevoli come fare il bagnetto al bambino…». Se un cambiamento è in atto, i suoi effetti sul mondo del lavoro si vedono ancora poco. I papà che escono allo sco­perto chiedendo all’azienda maggior flessibilità sono un’esigua minoranza, piuttosto rinunciano al tempo libero: «La ragione è che siamo prigionieri del­lo stereotipo secondo il quale solo le donne devono sacrificare la carriera — spiega Maria Cristina Bombelli, docen­te di Comportamento Organizzativo al­l’Università Bicocca di Milano —. Per gli uomini diminuire i ritmi è sinoni­mo di scarso attaccamento al lavoro e di disinteresse verso i ruoli importan­ti ». Una buona parte della colpa è dei datori di lavoro: «La tecnologia e i mo­delli produttivi ci permetterebbero ec­come di dedicarci maggiormente alla nostra vita privata — dice il sociologo del lavoro Domenico De Masi —. Il pro­blema è che non riusciamo a liberarci da un’idea del lavoro tanto inattuale quanto punitiva, dove la professionali­tà viene misurata sul metro della pre­senza in ufficio».

Qui l’articolo.

1 Commenti a questo post

  1. Giorgio Says:

    Il problema è secondo me molto più complesso di come lo stigmatizza la sociologa Saraceno o la Sig.ra Bombelli.
    Secondo un pensiero tipicamente femminile e femminilizzante si ragiona in base al ruolo femminile: allora occuparsi dei figli diventa l’accudimento (più tipicamente femminile). Se il padre sta faticosamente cercando di uscire dagli stereotipi di genere diventando per il possibile intercambiabile con la madre, possiamo forse dire che i ruoli educativi di papà e mamma siano gli stessi? Certo che no. (mi rendo conto che il discorso si farebbe molto lungo)
    C’è un altro aspetto che poco ha a che fare con la volontà degli uomini e che riguarda la carriera. Purtroppo si ragiona sempre come se ci fosse una simmetria genitoriale che non c’è: a partorire sono solo le donne. Questa cosa ha inevitabilmente delle ripercussioni sulle carriere, così come il prepensionamento femminile. (anche qua il discorso sarebbe lungo…)

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